Marinella Senatore, NUI SIMU

The filmic narration that, defining the sense of community and compensated memory, returns social role to a group of illiterate ex miners. The collective component, central in the poetic of the artist is declined in a popular casting: an entire Sicilian province is involved; the desire of a flash of notoriety is the bait to bring aspiring actors to narrate themselves. Wrinkled faces of Greek kouroi lacking any disenchantment, the body marked by the inhuman work of the mine, 30 miners reconstruct their history within a cinematographic fiction. “In work there is no love” is the phrase that weighs like a boulder. The labor in the mine leaves a scar: illiteracy. During the 60’, in the middle of the Italian industrial boom, the Sicilian sulfur was not an economic or cultural medium. “At seven years of age I worked at the sulfur flow, but I never told anyone because I feel ashamed. The job was something that took our dignity”, a story that repeats itself today in Asia, Africa, Latin America. The attempt to emancipate the social morphology of the community actualizes in the inclusion of a wider cultural project, a space where subjective identity conquers sharing and sense of belonging in a dialectic that returns dignity and humanity. 

Keyword: dialects not languages

It is quite annoying to ascertain that, once in Italy, English mother tongue people complain about the fact that just a few Italians speak English. In reality, the almost totality of Italians is bilingual, due to the fact that practically all of them speak their own dialect. There is a known anecdote of two linguists: one affirmed that, structuring in a limited lexicon, the dialect was not able to provide that conceptual platform open to include both scientific knowledge and critical knowledge; the other scholar pointed out that the dialect is non others than a language lacking an army, geographic borders and a flag: it fully traduces the complexity of the human thought. 

The mutations of the English dialect, the most used in the world for communication between two speakers of different dialects, have nothing to do with its geographic distribution, but are involved in their acquired socio-economic conformation. This aspect also weighs in on the equation language equals class and relegates billions of people who only speak their dialect to an un-enhancement of their social role. Luckily, the morphological transformations of the globish seem oriented to a revolution that, for how slow it may be, it could detach it from its agglutinating form (i.e. to a root prefixes and suffixes are added) and make it an isolating language (the sole isolating language in the world is Chinese: each idiom is unique, acquiring meaning only in respect to its position in the sentence). Thanks to this process of mutation, the globish would host (and is already hosting!) an immense number of neologisms acquired by dialects with which it comes into contact and it would profoundly modify the universe of human thought. According to UNESCO, half of over 6000 dialects spoken around the world are at risk of disappearing by the end of the 21st century and language in its dialectal declinations has been included in the list of the “Oral and Immaterial Human Heritages” to protect. 


La narrazione filmica che, definendo il senso della comunità e della memoria risarcita, restituisce ruolo sociale a un gruppo di ex-minatori analfabeti. La componente collettiva, centrale nella poetica dell’artista, è declinata in un casting popolare: un intero paese coinvolto, il desiderio di un bagliore di notorietà l’esca per indurre gli aspiranti attori a raccontarsi. Volti di kouroi magnogreci rugosi e privi di disincanto, il corpo segnato dal lavoro disumano della miniera, trenta minatori ricostruiscono la propria storia dentro la finzione cinematografica. “Nel lavoro non c’è amore” è la frase che pesa come un macigno. Il lavoro in miniera lascia una cicatrice incancellabile, l’analfabetismo. In pieno boom industriale, lo zolfo siciliano non è un volano economico né tantomeno culturale. “A sette anni lavoravo alla colata di zolfo, ma non l’ho mai raccontato perché me ne vergogno. Il lavoro era qualcosa che ci toglieva la dignità”, una storia che si ripete anche oggi in Asia, Africa, America Latina. Il tentativo di emancipare la morfologia sociale della comunità si concretizza nell’inclusione a un progetto culturale allargato, uno spazio dove l’identità soggettiva riconquista condivisione e senso di appartenenza e il dialetto restituisce dignità e umanità . 

Parola chiave: dialetti non lingue

E’ abbastanza seccante constatare che gli stranieri anglofoni o parlanti globish, una volta giunti in Italia si lamentino del fatto che pochi italiani parlino la lingua inglese. In verità, la quasi totalità degli italiani è bilingue, visto che quasi tutti parlano anche il proprio dialetto. E’ noto l’aneddoto di due linguisti dei quali uno sosteneva che, strutturandosi con un lessico limitato, il dialetto non era in grado di fornire quella piattaforma concettuale aperta all’inclusione di conoscenze scientifiche e saperi critici; l’altro puntualizzava che il dialetto non è altro che una lingua priva di esercito, confini geografici e bandiera, ma che a tutti gli effetti traduce la complessità del pensiero umano. Le mutazioni del dialetto inglese, il più usato al mondo per la comunicazione tra due parlanti dialetti differenti, non hanno nulla a che fare con la sua distribuzione geografica, ma con la conformazione socioeconomica acquisita. Questo aspetto pesa non poco sull’equazione lingua uguale classe e relega miliardi di persone parlanti soltanto il proprio dialetto a un depotenziamento del proprio ruolo sociale. Per fortuna, le trasformazioni morfologiche del globish sembrano orientate a una rivoluzione che, per quanto lenta, potrebbe staccarla dalla sua forma agglutinante (vale a dire che ad una radice si aggiungono prefissi o suffissi) e farne una lingua isolante (la sola lingua al mondo isolante è il cinese: ogni morfema è unico e indeclinabile, acquisendo significato rispetto alla sua posizione nella frase). Grazie a questo processo di mutazione, il globish accoglierebbe (e sta già accogliendo!) un numero immenso di neologismi acquisiti dai dialetti con cui viene a contatto e modificherebbe profondamente l’universo di senso del pensiero umano. Secondo l’UNESCO, circa metà degli oltre 6000 dialetti parlati nel mondo sono a rischio sparizione prima della fine del XXI secolo e il linguaggio nelle sue declinazioni dialettali è stato incluso nella lista dei “Patrimoni orali e immateriali dell’umanità” da proteggere.