Michal Rovner, Turning Point

The complete map of the human relations emerges in the unconscious space that contradicts the human barbarity, the primordial flow of what is fragile, a formal research powered by the use of technology like a chisel or paintbrush. The judgment is suspended, no desire to change the world, no ideology. On the contrary, the social body is pushed by emotional geometries, the subjective physiognomy is the note of a wider symphonic composition: the human figure, impalpable and overwhelmed by the lost time, recomposed by memories or old photographs, it projects along frontiers that disappear before being conceived, in the space of the collective unconscious, art as an induced effect, no pre-established code, no director of orchestra, only the freedom of feeling ourselves human beings. 

Keyword: Michal Rovner: post-modern humanism and social body archaeology

The necessity to place the personal and collective history within one of the widest sense of life imposes the courage of feeling fragile to be recognized as human. The map drawn by neuroscience is not so far from that of the universe: we don’t perceive reality, just a projection of our desires. The neural networks, the functional data, the computational forms allow us to calculate the variable as if it were an unknown: not a pure mathematical calculation, but the solution we have in front of a visual stimulus. The plasticity of the brain pushes the imagination to subtract whatever formalism to reality: the human figure is pure genetics even before being born, the behavioral perspectives suggest us to stay on guard before the loss of our space-nature. How to construct collectivity and community without identifying ourselves as similar and at the same time profoundly different? The loss and the surrender to the ontological identity could not equal to a mutation of memory, rather to the conquest of a new status, less defined, softer, in contact with the will to transform the past and the courage of what will be. The postmodern humanism is the way we should travel without ideological burdens, vigilant on the anthropic transformations, free of desiring a form of knowledge that includes the exploration of ourselves, aware that we are not all equal, but all unique, the human conscience the energy of universe, the engine to travel throughout time. 

The archaeology of social body embraces ideas morphology, emotional entropy, cultural interpenetration, biochemical experiences. Our presence here and now has an unknown, yet indispensable reason. Taking into consideration that social body is a holon, we could and should dig into the map of our history, searching the traces of our differences and those of our belonging to a sole universal and cosmic human thought. 


La mappa esaustiva delle relazioni umane affiora nello spazio inconscio che smentisce la barbarie umana, il riflusso primordiale di ciò che è fragile, una ricerca formale potenziata dall’uso della tecnologia quasi fosse uno scalpello o un pennello. Il giudizio è sospeso, nessun desiderio di cambiare il mondo, nessuna ideologia. Al contrario il corpo sociale si spinge mosso da geometrie emotive, la fisionomia soggettiva la nota di una composizione sinfonica ben più ampia e intonata: la figura umana, impalpabile e travolta dal tempo perduto, ricomposta dai ricordi o da vecchie fotografie, si proietta lungo frontiere che scompaiono ancor prima di essere concepite, nello spazio interstiziale dell’inconscio collettivo, l’arte un effetto indotto, nessun codice prestabilito, nessun direttore d’orchestra, resta soltanto la libertà di sentirsi umani. 

Parola chiave: Michal Rovner: umanesimo postmoderno e archeologia del corpo sociale

La necessità di collocare la storia personale e quella collettiva all’interno di un più ampio senso della vita impone il coraggio di sentirsi non aggressivi per riconoscersi umani. La mappa disegnata dalla neuroscienza non è troppo lontana da quella dell’universo: non percepiamo la realtà, ma soltanto la proiezione dei nostri desideri. Le reti neuronali, i dati funzionali, le forme computazionali ci consentono di calcolare la variabile come se fosse un’incognita: non un puro calcolo matematico, ma la risposta che abbiamo dinanzi a uno stimolo visivo. La plasticità del cervello spinge l’immaginazione a sottrare qualsiasi formalismo alla realtà: la figura umana è pura genetica ancor prima di nascere, le prospettive comportamentali ci suggeriscono di restare allerta dinanzi alla perdita del nostro spazio-natura. Come costruire collettività e comunità senza riconoscersi simili e allo stesso tempo profondamente diversi? La perdita e la rinuncia dell’identità ontologica potrebbe non equivalere a una mutazione della memoria, ma piuttosto alla conquista di un nuovo status, meno definito, più morbido, a contatto con la volontà di trasformare il passato e il coraggio di sperare in ciò che verrà. L’umanesimo postmoderno è una strada da percorrere senza zavorre ideologiche, vigili sulle trasformazioni antropiche, liberi di desiderare una forma di conoscenza che includa l’esplorazione di noi stessi, coscienti che non siamo tutti uguali, ma tutti unici, la coscienza energia dell’universo, motore per viaggiare attraverso il tempo. L’archeologia del corpo sociale include la morfologia delle idee, l’entropia emotiva, l’interpenetrazione culturale, le esperienze biochimiche. Le ragioni della nostra presenza qui e ora sono sconosciute e tuttavia indispensabili. Riconoscendo che il corpo sociale è un olone, potremmo e dovremmo scavare nella mappa della nostra storia in cerca delle nostre differenze e delle tracce della nostra appartenenza a un solo pensiero umano, che è cosmico e universale.