Kader Attia, Untitled

On the lines of a subversion of aesthetic categories, a headless statue, copy and variation of the Capitoline Venus, is the territory on which to start a new identity, the conceptual space that defines the feminine image. A cement brick, aesthetic tradition of a ritual Dogon mask, becomes the head of the new Venus. The western golden canon of the feminine body enriches of a powerful speculative instrument of animistic origin. The new modernist head puts in synergy ancient and contemporary, feminine and masculine, political body and social thought. 

Keyword: paganism – animism

The original mask from which the artist takes inspiration sinks its roots in the mythology and cosmogony of Dogon, most probably a historic residue of ancient Egypt as numerous sacred connections testimony: from the feast every 60 years correlated to the orbit of the astral binary system Sirius (sigui tolo in Dogon language) to numerology, up to the knowledge of some astronomical phenomena. The geometric implant of some masks may refer to the spirit of ancestors but also to that of animals and even the architecture of the Dogon granary as physical and material space that conserves the necessary nourishment to human life. The convergence of paganism (the Capitoline Venus) and animism (the mask inspired to the Sigui) is astral: in ancient culture, the planet Venus and the stars of the Sirius system are the quintessence of the cosmic and sacred feminine. Within the monotheistic system, to the sacrality of female body (object of the masculine control on sexuality and fertility) does not correspond a women management of the sacred: the key rituals, the religious decisions, the position of power are firmly in male hands. On the contrary, the Greek and Roman tradition, rooted within the ancient near eastern heritage, shows us a different perspective on female body: the hieros gamos ratify the union between the social body and the cosmos. 

Several paradoxes are build around the contemporary feminine body: suspended between conquered liberties in western democracies (but at a cost) and suffered privations (always at a cost) in the Islamic teocracies, the body of the woman seems the frontier suspended between human and inhuman. How can we solve this problem? A first answer comes from Nilüfer Göle “L’aspiration à une société égalitaire et démocratique a pour conséquence l’effacement des frontières entre hommes et femmes, jeunes et vieux, nature et culture. Les certitudes religieuses et culturelles assises sur les frontères naturelles (géographiques, biologiques) sont ébranlées”. 


Sulla falsa riga di una sovversione delle categorie estetiche, una statua acefala, copia e variante della Venere Capitolina, è il territorio sul quale innestare una nuova identità, lo spazio concettuale che definisce l’immagine femminile. Un mattone di cemento, traduzione estetica di una maschera rituale Dogon, diventa la nuova testa della Venere Capitolina. Il canone aureo occidentale del corpo femminile si arricchisce di un potente dispositivo speculativo di origine animista. La nuova testa modernista mette in sinergia antico e contemporaneo, femminile e maschile, corpo politico e pensiero sociale. 

Parola chiave: paganesimo e animismo

La maschera cui l’artista trae ispirazione affonda le proprie radici nella cosmogonia e mitologia Dogon. Questa tribù del Mali ha con ogni probabilità un’origine antico egiziana: numerose connessioni di carattere sacro, dalla festa giubilare ogni sessanta anni correlata all’orbita del sistema binario della stella Sirio (sigui tolo in lingua Dogon) alla numerologia, fino alla conoscenza di alcuni fenomeni astronomici, ne sono la conferma. L’impianto geometrico di alcune maschere Dogon fa talvolta riferimento allo spirito degli antenati, ma anche a quello di alcuni animali e persino all’architettura del granaio Dogon quale spazio fisico e materiale che conserva il nutrimento necessario alla vita umana. La convergenza di paganesimo (la Venere Capitolina) e animismo (la maschera ispirata al Sigui) è astrale: nelle culture antiche, il pianeta Venere e le stelle del sistema di Sirio sono la quintessenza del femminile cosmico e sacro. In ambito monoteista, alla sacralità del corpo femminile (oggetto del controllo maschile sulla sessualità e fertilità) non corrisponde una gestione femminile del sacro: i riti chiave, le decisioni di ordine religioso, le posizioni di potere sono ancora oggi saldamente in mano maschile. Di altro avviso la tradizione pagana greco-romana di origine vicino orientale: le nozze sacre sanciscono attraverso il corpo femminile l’unione del corpo sociale con il cosmo. 

Il bagaglio multiculturale cui l’artista attinge per operare tale trapianto concettuale consente una riflessione sui paradossi costruiti intorno al corpo femminile contemporaneo: sospeso tra libertà conquistate nelle democrazie occidentali, ma a caro prezzo, e privazioni subite, sempre a caro prezzo, nelle teocrazie islamiche, il corpo della donna sembra la frontiera sospesa tra il tempo umano e quello disumano. Come risolvere il problema? Una prima risposta giunge da Nilüfer Göle “L’aspiration à une société égalitaire et démocratique a pour conséquence l’effacement des frontières entre hommes et femmes, jeunes et vieux, nature et culture. Les certitudes religieuses et culturelles assises sur les frontères naturelles (géographiques, biologiques) sont ébranlées”.