Elisabetta Benassi, Io non ho mani che mi accarezzino il volto

Io non ho mani is the title of a poem, a collection of poems, that David Maria Turoldo, priest and poet, composes around 1935: “Io non ho mani che mi accarezzino il volto, (duro è l'ufficio di queste parole che non conoscono amori) non so le dolcezze dei vostri abbandoni: ho dovuto essere custode della vostra solitudine: sono salvatore di ore perdute”.
In 1964 the photographer Mario Giacomelli appropriates of the title for a series of pictures dedicated to the free time of a group of priests. In 2004, Elisabetta Benassi returns to the original source Io non ho mani che mi accarezzino il volto and makes it an authentic psychoanalytical transfert and visual aphorism, the intellectual space of art history: without being seen, the artist films the public that every day gathers in front of the image of the Mona Lisa at the Louvre. Faithful to her research of collective and subjective perception of blatant and erased or forgotten history, she translates the impossibility of fiction and anti-fiction: the desire to lightly touch the sfumato of Leonardo, the irony about the physical inaccessibility which separates the human dimension of the portrayed subject and its audience, the contemporary obsession to possess the image instead of observing it. The artist’s attempt of capturing the contradictions of a society which is always more inclined to accessing reality through a technological medium trespasses in the revelation, unexpected, of a physical contact between the Monna Lisa and an Asian traveller: the inscrutable gaze and the enigmatic smile of the woman are alchemically impressed on the face of the man. If the genius of Leonardo da Vinci condenses in the Gioconda a universal feature of the human pnêuma, Elisabetta Benassi intuitively catches its humanist and anthropocentric echo. 


Io non ho mani è il titolo di una poesia, e di una raccolta di poesie, che David Maria Turoldo, sacerdote e poeta, compone intorno al 1935: “Io non ho mani che mi accarezzino il volto, (duro è l'ufficio di queste parole che non conoscono amori) non so le dolcezze dei vostri abbandoni: ho dovuto essere custode della vostra solitudine: sono salvatore di ore perdute”. Nel 1964 il fotografo Mario Giacomelli si appropria del titolo per una serie di scatti dedicati al tempo libero di un gruppo di sacerdoti. Nel 2004, Elisabetta Benassi torna alla fonte originale Io non ho mani che mi accarezzino il volto e ne fa un autentico transfert psicoanalitico e un aforisma visivo, lo spazio intellettuale della storia dell’arte: l’artista filma, senza esser vista, il pubblico che ogni giorno si ammassa dinanzi all’immagine della Gioconda al Louvre. Fedele alla ricerca sulla percezione collettiva e soggettiva della storia manifesta e di quella cancellata o dimenticata, traduce l’impossibilità della finzione e dell’anti-finzione: il desiderio di sfiorare lo sfumato Leonardo, l’ironia sull’inaccessibilità fisica che separa la dimensione umana del soggetto ritratto e il suo pubblico, l’ossessione contemporanea d’impossessarsi dell’immagine piuttosto che osservarla. Il tentativo dell’artista di catturare le contraddizioni di una società sempre più propensa ad accedere alla realtà tramite il medium tecnologico sconfina nella rivelazione, inattesa, di un contatto fisico tra la Monna Lisa e un turista asiatico: lo sguardo imperscrutabile e il sorriso enigmatico della donna s’imprimono alchemicamente sul volto dell’uomo. Se il genio di Leonardo da Vinci condensa nella Gioconda un tratto universale dello pnêuma umano, Elisabetta Benassi ne coglie intuitivamente l’eco umanista e antropocentrico.